E’ possibile realizzare concretamente il reddito minimo universale?

di | Ottobre 31, 2022

Tra i molti temi che sono dibattuti in quest’ultimo periodo, ma non solo, tra gli economisti di tutto il mondo, i filosofi e anche le istituzioni c’è senza dubbio quello legato al reddito minimo universale la cui sigla è RMI. Ma cos’è? A cosa serve? E perché se ne parola così tanto? Il reddito minimo universale, come suggerisce la parola stessa, è una misura che garantirebbe a tutti i cittadini di un Paese, in maniera universale e incondizionata, un reddito di base. L’obbiettivo di una politica di questo tipo è quello di assicurare a chiunque una soglia di sussistenza minima, per fronteggiare le spese quotidiane e cercare di diminuire le sempre più marcate disparità economico-sociali presenti all’interno di una nazione come quella tra ricchi e poveri. Nell’ultimo periodo si è sentito sempre più parlare di “universal basic income”, ma il motivo di tale trambusto è che negli ultimi 20 anni i governi hanno cercato di ricorrere a strumenti sempre più complessi e teoricamente funzionanti, per fronteggiare le crisi economiche che stiamo vivendo in questo periodo. Proprio per lo scopo per il quale è stato ideato, il reddito minimo universale è di estrema attualità soprattutto grazie anche alle conseguenze che questa pandemia ci ha lasciato. Ovviamente, come in tutte le cose, i sostenitori di questa misura pensano che sia il mezzo più efficace per porre fine alla povertà ma, per capire a fondo i reali vantaggi e gli eventuali svantaggi di questa idea, è giusto analizzarla attentamente guardando anche quello che sta succedendo nei paesi che l’anno già adottata.

Vantaggi e critiche del reddito minimo universale

L’obiettivo principale del reddito minimo universale è sicuramente quello di ridurre le diseguaglianze economiche e sociali stimolando i consumi di base e quali le spese essenziali e la formazione scolastica per i giovani. Una grande critica che viene rivolta a questi obbiettivi è legata al fatto che alcuni pensano che offrire un reddito a tutti a prescindere dalla loro ISE non aiuti nessuno in quanto le disuguaglianze rimarrebbero immutate.

L’obbiezione secondo noi è corretta infatti il meccanismo viene solitamente adottato a ora solo a favore delle classi svantaggiate. Un altro vantaggio del reddito minimo universale è quello di provare a contrastare l’emorragia occupazionale che ci si attende con l’obbiettivo della digitalizzazione e la conseguente obsolescenza delle capacità lavorative di buona parte della popolazione mondiale.

Anche questo vantaggio è stato criticato in quanto, il generale rialzo della ricchezza globale potrebbe essere controbilanciato dalla crescente inflazione che andrebbe ad annullare l’effetto di questa politica. L’inflazione tuttavia rappresenta un problema solo se si ha nuova offerta di moneta, ma l’ostacolo è superabile offrendo l’RMI sotto forma di benefici fiscali o rimodulazione dei sussidi di assistenza offerti da ciascuno stato.

Alcuni esperti invece, sostengono che il reddito minimo universale disincentivi a trovare il lavoro. Questa argomentazione può essere confutata dimostrando come questo non avrebbe l’ampiezza di un salario, bensì corrisponderebbe a una cifra minima che possa permettere spese di base necessarie per la sopravvivenza dell’individuo e delle famiglie. Molti stati, parlando solo di quelli dentro i confini europei, si sono già mossi in questa direzione come la Francia, il Lussemburgo, Cipro e la Spagna.

In Francia infatti, è presente un Reddito di Cittadinanza che mira a sostenere chi ha più di 25 anni e non ha un salario o si trova al di sotto della soglia di povertà. Il sussidio non ha limitazioni temporali e varia dai 565,34 euro per una persona a 1187,21 euro per una coppia con due figli. Anche Lussemburgo, Cipro e Spagna hanno istituito un reddito per l’inclusione sociale. Anche in questi casi, gli incentivi sono rivolte ai cittadini con più di 25 anni che appartengono alle fasce di reddito più basse. In Germania invece, viene avviato uno studio triennale su 120 persone, a cui verranno garantiti 1200 euro mensili senza alcuna condizione, confrontando la loro esperienza con un gruppo di controllo di riferimento.

Ma a che punto siamo con gli incentivi per le famiglie meno abbienti in Italia?

In Italia, abbiamo avuto una grande svolta per quanto riguarda gli incentivi per le famiglie più povere, nel 1997 con la Commissione Onofri istituita dall’allora Presidente del Consiglio Romano Prodi. Tra gli obbiettivi principali di questa Commissione, c’erano quello di garantire un reddito minimo, definito su criteri universalistici e standardizzati e che andasse a rappresentare non una misura discrezionale, ma un vero e proprio diritto soggettivo di cittadinanza. Nonostante tutti questi grandi vantaggi alla popolazione che questi incentivi si prefiggevano di fare, ci sono state delle problematiche nello sviluppo di tali misure.

Tra le motivazioni che hanno portato a un notevole ritardo nell’applicazione nel territorio italiano del reddito minimo universale vi è sicuramente la sua difficoltà d’introdurre nuove misure di spesa. In secondo luogo la diversità tra Nord e Sud è una determinante fondamentale del livello di disuguaglianza nella distribuzione dei redditi personali in Italia. Si tratta quindi di gestire uno strumento che viene indirizzato a un numero contenuto d’individui nelle regioni settentrionali, contro il potenziale largo accesso garantito al meridione.

Ultimamente però qualcosina si sta smuovendo, tanto da aver iniziato un percorso che mira a garantire un reddito minimo agli individui al fine di contrastare la povertà e l’esclusione sociale. Il reddito di cittadinanza, introdotto dalla legge n. 26/2019, rappresenta uno schema non categoriale di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale basato sul criterio dell’universalismo selettivo.

Questo strumento però, risulta essere condizionato all’adesione di un programma di reinserimento lavorativo al fine di collegare la funzione di sostegno al reddito, volto a garantire ai beneficiari uno standard minimo di vita, alla funzione svolta della politica attive del lavoro. Il prossimo step che bisognerebbe fare in Italia per mantenere e far durare questo reddito, dovrebbe essere quello di garantire una forma di sostegno che non sia, come spesso succede in Italia, un mero manifesto elettorale destinato a disintegrarsi a pochi anni dalla sua implementazione.

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