Il processo di decarbonizzazione

di | Febbraio 17, 2022

Uno dei temi più discussi negli ultimi anni è quello della transazione energetica. La transizione energetica è il passaggio dall’utilizzo di fonti energetiche non rinnovabili a fonti rinnovabili e fa parte della più estesa transizione verso economie sostenibili attraverso l’uso di energie rinnovabili, l’adozione di tecniche di risparmio energetico e di sviluppo sostenibile. Il passaggio può essere portato avanti seguendo diversi approcci, preferenzialmente in parallelo, in modo da eliminare la dipendenza da combustibili fossili e migliorare l’efficienza energetica dalla parte della produzione di energia e del consumo degli utenti, nonché nella sua distribuzione e conservazione.

La transizione energetica nasce così allo scopo di ridurre drasticamente l’impatto ambientale delle fonti energetiche. Ai fini ad esempio di ridurre le emissioni di CO2 si sta sostenendo il fenomeno della decarbonizzazione per ridurre l’utilizzo di carboni fossili verso energie meno inquinanti.

decarbonizzazione

La decarbonizzazione

La Decarbonizzazione è tra le attività di politiche energetiche rientrano le politiche per il clima che mirano a contrastare i cambiamenti climatici, agendo ad esempio sulla riduzione delle emissioni di CO2 nell’atmosfera. Due concetti importanti per la lotta al global warming (o riscaldamento globale) che riguardano le politiche del clima e sono la mitigazione e l’adattamento. La mitigazione indica tutti quegli interventi atti a ridurre le emissioni di gas serra in modo da stabilizzarne la concentrazione in atmosfera attorno a valori che consentano di contenere l’aumento di temperatura entro limiti “sostenibili” o comunque al di sotto dei trend previsti. L’adattamento è il secondo pilastro per la lotta al cambiamento climatico ed è il processo inverso per cui i soggetti che subiscono il global warming cercano di gestire l’impatto dello stesso preparandosi agli adattamenti climatici e capendo come contenere i rischi e sfruttare eventuali opportunità. Gli strumenti amministrativi si basano su meccanismi di comand e control, imponendo standard e requisiti su aspetti come prodotto, processo, qualità (concentrazioni inquinanti) o emissioni (limiti). Tali strumenti risultano particolarmente efficaci per raggiungere lo scopo a patto che vi sia un’adeguata politica di enforcement e commitment per far rispettare le norme. Vi è tuttavia un rischio di inefficienza (produttiva) in quanto il regolatore impone generalmente limiti uniformi, non conoscendo le funzioni di costo dei soggetti regolati. Per ovviare a questo problema sono stati pensati una serie di strumenti economici che cercano di agire mediante segnali di mercato a cui gli operatori reagiscono in modo libero secondo convenienza. Esempi di tali strumenti sono la tassazione, i sussidi e le certificazioni.

Gli accordi internazionali sulla decarbonizzazione

La costituzione di accordi internazionali sul clima inizia nei primi anni’90 con l’IPPC, un centro di ricerca che analizza il cambiamento climatico e studia gli scenari. Il primo importante punto d’arrivo per gli accordi internazionali è il 1997 con la terza conferenza delle parti COP svoltasi a Kyoto che approva il protocollo di Kyoto. In questo protocollo i paesi si impegnavano a dare valore vincolante agli impegni presi durante la COP, in particolare per i soli paesi industrializzati veniva fissato l’obiettivo vincolante di riduzione dell’emissione del gas serra del 5% entro il 2012 rispetto al 1990.

La COP21 di Parigi del 2015 segna invece il passaggio storico perché per la prima volta si ha un accordo pienamente vincolante per la lotta al cambiamento climatico. L’accordo di Parigi definì così i seguenti obiettivi comuni da perseguire:

  • Mantenere l’aumento medio della temperatura mondiale ben al di sotto di 2°C rispetto ai livelli preindustriali come obiettivo a lungo termine; è stato stimato che un incremento superiore ai 2°C comporterebbe danni irreversibili per la specie umana.
  • Puntare a limitare l’aumento a 1,5°C, riducendo in modo significativo rischi e impatti dei cambiamenti climatici.
  • Fare in modo che le emissioni globali raggiungano il livello massimo al più presto possibile (tetto massimo da non superare), pur riconoscendo che per i paesi in via di sviluppo serva più tempo.
  • Procedere a rapide riduzioni in conformità con le soluzioni scientifiche più avanzate disponibili.
  • Procedere ad orientare i flussi finanziari di investimento verso sistemi più sostenibili, anche se economicamente più rischiosi (le fonti rinnovabili sono più rischiose rispetto al carbone).

La problematica che risiede in questo accordo si ritrova nel fatto che è stato definito il punto di arrivo, ma non come arrivarci. Esso promuove ed incentiva ad un comportamento più sostenibile, ma non è detto che nel concreto ciò accada. Per tale motivo gli stati si sono impegnati a discutere ogni 5 anni a partire dal 2018 lo stato di progresso degli obiettivi con possibilità di ridiscuterne. Con l’accordo si cerca peraltro un maggiore coinvolgimento dei paesi emergenti prevedendo trasferimenti ad essi per 100 miliardi di dollari dal 2020, così da agevolarli verso un sistema sostenibile e nel perseguire gli obiettivi. Dopo Parigi ci sono state altre due conferenze, tra cui Marrakech con la partecipazione degli stati africani nel 2016 (COP22) e nel 2018 COP24 a Katowice (Polonia) dove si definisce come mettere in pratica la conferenza di Parigi e cioè come si rivedono gli obiettivi, come si effettuano i trasferimenti e le misure da mettere in pratica. Si tratta di un elemento chiave che definisce gli standard a cui le parti dovranno adeguarsi, rendendo più difficile svincolarsi dall’impegno preso.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.