Ultime su tassi d’interesse BCE e bacchettata agli USA

Tassi interesse BCE

Ieri Mario Draghi doveva fornire delle indicazioni sui tassi d’interesse BCE, ma invece è stata una giornata di dichiarazioni forti tra le due sponde dell’Atlantico. Se i tassi d’interesse BCE non cambiano, l’attenzione si sposta sulle parole del presidente della BCE, preoccupato dalle politiche USA. A quanto dicono le voci di corridoio, parte del consiglio della Banca Centrale è preoccupata dalle parole del segretario al Tesoro statunitense, Mnuchin.

Tassi d’interesse BCE e dollaro

Le dichiarazioni del ministro USA non hanno lasciato indifferente la BCE, occupata a mantenere un euro stabile contro un dollaro che scende sempre di più. L’obbiettivo USA è quello di favorire le esportazioni, e la BCE risponde con i tassi d’interesse più bassi di sempre, per non perdere anche la competitività della moneta.

Ma non era questa la politica monetaria di Draghi, che accusa direttamente gli USA: “Dobbiamo chiederci se l’attuale tasso dipende da dichiarazioni fatte altrove”.

Le parole di Mnuchin sono state dirette: “Un dollaro più debole è una buona cosa per noi poiché crea opportunità commerciali”. Opportunità che però nemmeno l’Europa vuole perdere, e molti membri hanno già sollecitato la BCE per interventi per non rafforzare ulteriormente la moneta unica.

E così Mario Draghi non può che confermare l’attuale politica monetaria. Si rafforza dunque l’ipotesi di estendere il QE, nel tentativo di immettere più liquidità sul mercato, almeno nel 2018. Un ottima notizia per chi chiederà un finanziamento durante l’anno. Ma da Francoforte si pensa anche al futuro, anche in considerazione di quello che accadrà all’economia.

Come lo stesso Mnuchin ha affermato, “a più lungo termine, il rafforzamento del dollaro è il riflesso del rafforzamento dell’economia Usa”. Questo significa che l’era dei QE finirà nel 2019, anche se gradualmente, e le banche centrali potranno alzare i tassi d’interesse.

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Gli USA insomma, sembra che stiano costringendo la BCE a proseguire verso una politica monetaria di stimoli, oramai non più necessaria, solo per non favorire il dollaro.

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