Home pageFocus on › La sentenza che ha condannato Google

04:17 - 08 febbraio 2012


La sentenza che ha condannato Google

Google video

Il Tribunale di Milano aveva condannato a sei mesi di reclusione tre alti dirigenti del motore di ricerca, perché avevano lasciato a lungo on line un video di contenuto violento ai danni di un ragazzo down

È stata pubblicata in questi giorni la sentenza con cui il giudice della Procura di Milano Oscar Magi ha condannato lo scorso 24 febbraio tre alti dirigenti di Google. La condanna aveva provocato una vasta eco nell'opinione pubblica non solo nazionale, in quanto costituisce un importante precedente. Nelle oltre 100 pagine del provvedimento, contro il quale la società informatica ha già preannunciato ricorso, Magi spiega di aver condannato David Drummond (all'epoca dei fatti presidente di Google Italy), George De Los Reyes (ex direttore finanziario oggi in pensione) e Peter Fleischer, responsabile privacy, proprio per la violazione di quest'ultima in base alla normativa vigente nel nostro Paese.

Nel settembre del 2006, quattro adolescenti di Torino aveva "postato" su Google un video -come minimo definibile odioso - in cui si vedevano alcuni ragazzi accanirsi su un ragazzo down loro compagno di scuola. Il video era rimasto on line per ben due mesi, diventando uno fra i più visti della sezione "video più divertenti", prima che una denuncia dell'associazione Vividown ponesse fine allo sconcio.

Non si può chiedere a Google di verificare uno per uno tutti i video che ogni giorno vengono inseriti a migliaia nei suoi server dagli utenti, scrive ora il giudice, ma "non esiste nemmeno la sconfinata prateria di Internet dove tutto è permesso e niente può essere vietato". In pratica, la sentenza ha ravvisato nella scarsa visibilità di una "corretta informazione agli utenti" sul potenziale effetto illegale della pubblicazione dei video sul sito, la causa della condanna.

L'informativa sulla privacy predisposta da Google era infatti "talmente nascosta nelle condizioni generali di contratto da risultare assolutamente inefficace", si legge sempre nella sentenza. A ciò si aggiunga che il motore di ricerca ottiene un indiretto vantaggio patrimoniale dalla pubblicità che viene pubblicata nelle pagine dei video più "cliccati". "Non è la scritta sul muro che costituisce reato per il proprietario del muro, il suo sfruttamento commerciale può esserlo", chiarisce ancora il dispositivo.

Magi ha invece ritenuto di assolvere i tre accusati dal reato di diffamazione, in quanto non esiste ancora in Italia una legge che equipari l'informazione via Web a quella praticata dalle testate giornalistiche. Una lacuna che il giudice sembra non gradire quando scrive - sia pure dopo aver esaltato Internet come formidabile strumento di libertà - che "aprire le cataratte della libertà assoluta e senza controllo non è un buon esercizio del principio di responsabilità". Il confine fra libertà e diritti può solo essere fissato dalla legge.

18:04 - 13 aprile 2010