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04:22 - 13 marzo 2010


L'Unione petrolifera lancia l'allarme raffinerie

Raffineria

A rischio, a causa della riduzione dei consumi, 7.500 posti di lavoro negli impianti sparsi lungo la Penisola, che potrebbero essere ridotti dagli attuali 16 a 11-12

L'Unione Petrolifera (Up), che raggruppa gli operatori nazionali del settore, si è riunita nei giorni scorsi a Roma per stilare il consuntivo 2009. Il quadro che emerge dalla relazione del presidente, Pasquale De Vita, non è confortante. L'Italia vanta un primato nel settore della raffinazione e distribuzione, con sedici impianti distribuiti sul territorio nazionale che hanno una capacità produttiva complessivamente stimata in 106.5 milioni di tonnellate di petrolio greggio.

Secondo De Vita, la crisi economica non ha fatto altro che accelerare una tendenza già in atto, la quale porterebbe in breve gli industriali ad adottare pesanti tagli per salvare il settore dall'accesa concorrenza di Paesi come la Cina. Sarebbero così a rischio 4 o 5 degli attuali impianti di raffinazione, per un totale stimato - compreso l'indotto - di 7.500 addetti. Alcuni impianti sono in pratica già fermi, come la raffineria di Falconara, dove si è recentemente raggiunto un accordo per la riduzione di 92 posti di lavoro. Un segnale inquietante che celerebbe in realtà un fenomeno di dimensioni più ampie.

L'Unione petrolifera non se la prende solo con quei Paesi esteri che producono a costi sensibilmente inferiori grazie all'assenza di specifiche restrizioni di carattere normativo e ambientale. Responsabile della crisi progressiva dei prodotti derivati dal petrolio (carburanti, additivi, polimeri plastici, che l'Italia esporta in tutto il mondo anche grazie all'elevato livello tecnologico raggiunto nei nostri impianti) sarebbe anche la politica del "20-20-20" fatta propria dall'Unione europea (riduzione del 20% dei gas serra entro il 2020 e contemporaneo aumento del 20% dell'efficienza energetica), che De Vita, assieme alla maggiore efficienza dei motori di ultima generazione, pone all'origine di un calo produttivo che negli ultimi 5 anni è già costato 15 milioni di tonnellate e che in prospettiva abbasserebbe la nostra capacità produttiva fino a poco più di 60 milioni di tonnellate, contro le oltre 100 attuali.

Non tutti condividono però il futuro a tinte fosche dipinto da De Vita. I sindacati leggono infatti le conclusioni tratte dall'Up come funzionali a un mero disegno di riduzione occupazionale, mentre alcuni esperti ritengono che la situazione non sia destinata a rimanere tale a lungo, stante l'attesa ripresa dei consumi e l'accidentato percorso sin qui seguito dalla cosiddetta "green economy", malgrado il forte impulso dato dal presidente Usa Obama. Il recente fallimento del vertice sull'ambiente di Copenaghen sarebbe la prova che, se la crisi del petrolio è un dato acquisito che prima o poi si verificherà, essa non è poi tanto vicina.

19:02 - 04 febbraio 2010


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